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21 Gennaio 2015
I volti di Parigi

La prima cosa bella di Parigi la devo a te, Philippe.

A Claire de lune, a Debussy

Mi emoziona l’intensità con cui sfiori i tasti del pianoforte, a pochi metri dall’Academie nationale de musique.

Mi avvicino a te, la tua musica mi destabilizza.

Ti commuovi, mi commuovo. Ed è così che quella lacrima inizia a raccontarmi di te.

Philippe, ci ritroviamo in un attimo così simili, così vicini.

Sei italiano anche tu, di madre francese. Di questa folla intorno a noi, chi lo sa che suoni per lei? Chi lo sa che piangi per lei?

Tua madre rinasce a Parigi ogni giorno alle 16.00, quando inizi a parlare al mondo di lei con la tua musica. In quel preciso luogo che non potrebbe avere per te altro nome che il suo.

Philippe, il tuo dolore è tangibile. Abusi di sensibilità. I pensieri più tristi non ti lasciano altro sfogo che la musica.

Tornerò a Parigi, in quel luogo in cui incontri tua madre e che io associo al tuo volto. Quel giorno i brutti pensieri che oggi ti logorano diventeranno belli e saranno la tua meraviglia.

La seconda cosa bella di Parigi sei tu, Catherine. Hai i capelli raccolti e gli occhi felici. Ti guardo e respiro leggero.

Siamo a Montmartre. Non avrei potuto amare così tanto questo luogo se non avessi osservato te.

Dietro le tue spalle, un’infinità di volti immobili nella loro posa migliore, in attesa di un ritratto. Tu non ne scegli nessuno. Hai tanto amore sulla pelle che non hai bisogno di cercarlo negli occhi degli altri.

Scegli un fiore. Il vento lo scuote e tu ridi. Il tuo disegno non è una maschera di cera come la gente dietro di te. Tu disegni la vita. Hai la camicia sporca di tempera e il cuore a colori.

La terza cosa bella nella città dell’amore la vediamo insieme, paziente compagno di viaggio.

È quel volto senza nome, dagli occhi dolci. Ci taglia la visuale sulla Cathédrale Notre Dame de Paris. Sentiamo l’eco dei suoi pensieri gridare forte da qui a migliaia di chilometri ma è come se nessuno sentisse oltre a noi.

Poi cinque uccellini si dispongono ordinati a pochi passi da lui, che scopriremo benefattore di carità. Raccoglie briciole di pane dal suo zaino che chiude nella mano in un pugno strettissimo, per evitare che si disperdano.

L’uomo dagli occhi dolci distende allora il viso, apre il palmo della mano verso i suoi spettatori ed è subito amore.

Che cosa sono gli ottocentocinquant’anni della cattedrale davanti ad un gesto così.

 

Ci sono luoghi che sono volti.

Ci sono volti che sono dipinti di linee e colori che ne disegnano l’anima.

Che bell’anima che hai, Parigi.

Mentre ti saluto, ti respiro. L’aria è fresca nel viso.

Quante voci intorno a me. Eppure riesco a viverti senza confondermi.

Sei come una lenta melodia, Parigi, au claire de la lune.

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L'autore
Laura  Perrone
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