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Attualità
20 Gennaio 2015
"From Inside Mosul", la propaganda che non ti aspetti

Il 3 gennaio 2015 è apparso su Youtube il video di un reporter britannico che ha collaborato con i più importanti quotidiani del Regno Unito, tra cui il Sunday Times, il Sun e il Sunday Telegraph. Il reportage è su Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq. Fino a qui nulla di strano, se non fosse che il giornalista si chiama John Cantlie. E che il video ha come funzione quella di propaganda per una delle più folli e avanzate -dal punto di vista mediatico- organizzazioni terroristiche del mondo.

Ma facciamo un passo indietro. Nel novembre 2012 il fotogiornalista John Cantlie si trova in Siria: insieme al collega americano e compagno di viaggio James Foley sta seguendo da vicino la guerra civile siriana. Il 22 novembre i due entrano in un Internet café per archiviare i loro pezzi. Dopo oltre un’ora chiamano un taxi per tornare in Turchia, ma poco prima del confine vengono rapiti da uomini armati che hanno seguito il taxi sin dal Café. In seguito l’Isis, l’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria, ha rivendicato i sequestri.

Da allora Cantlie e Foley hanno vissuto in prigionia, insieme ad altre 21 persone. Stati Uniti e Gran Bretagna erano gli unici a non negoziare il rientro dei propri ostaggi con i terroristi, i prigionieri americani e inglesi subirono le peggiori torture.

La prigionia è durata per Foley fino al 19 agosto 2014. Portato in un luogo imprecisato del deserto siriano, è stato protagonista di un breve video, successivamente caricato su Youtube, in cui un boia incappucciato lo decapita a sangue freddo in seguito a un breve discorso rivolto al presidente americano Barack Obama. La tunica arancione indossata da Foley sembra essere un’ulteriore provocazione nei confronti degli Stati Uniti: è la stessa utilizzata nei campi di prigionia di Guantanamo.

Di Cantlie non si hanno notizie fino al 18 settembre 2014, quando viene caricato su Youtube un video che ha il giornalista inglese per protagonista. Cantlie indossa la solita tunica arancione e appare seduto a una scrivania marrone. Nei tre minuti e ventuno secondi di video, Cantlie afferma che rivelerà “le verità dietro al sistema e alle motivazioni dello Stato Islamico”. Dopo aver espresso in generale, e sempre con toni medi, i motivi che l’hanno portato a parlare (su tutti, la volontà di USA e Gran Bretagna di non trattare con i terroristi), Cantlie si lascia andare a una provocazione: “There are two sides to every story – think you’re getting the whole picture?” (“ogni storia ha due punti di vista – sei sicuro di avere una corretta visione d’insieme?”).
Ecco il centro della serie di video intitolata Lend me your ears(porgimi le orecchie, nel senso di “ascoltami bene”): mostrare l’altra faccia della medaglia.

L’elemento su cui porgere l’attenzione è l’attacco del video. Cantlie risponde subito alle possibili obiezioni degli spettatori futuri, che si chiederanno se il giornalista non sia obbligato da una pistola puntata alla tempia a leggere su un copione quello che sta dicendo. “Bene, è vero. Non posso negarlo, sono un prigioniero. Ma vedendo che sono stato abbandonato dal mio governo e che ora il mio destino è nelle mani dello Stato Islamico, non ho nulla da perdere”, afferma laconicamente Cantlie.

La questione della volontarietà delle parole del giornalista gioca un ruolo decisivo soprattutto nell’ultimo video pubblicato, intitolato From Inside Mosul (“dall’interno di Mosul”) e sottotitolato in arabo. Otto minuti scarsi in cui un sorridente e sbarbato John Cantlie mostra alle telecamere la città di Mosul, come in uno dei suoi soliti reportage. Il giornalista presenta la città che da cinque mesi è conquistata dall’Isis riportando spesso ciò che è stato detto dai media occidentali e contrapponendo ad esso la sua verità. Ad esempio nella visita al mercato della città ricorda che è stato detto che “i cittadini di Mosul vivono in condizioni molto dure e molto difficili… Mi guardo in giro, ma non mi sembra proprio che sia così… assolutamente!” Accompagnato dalle immagini di una Mosul attiva e intraprendente, piena di mercati per ogni necessità (dai libri agli accendini, dai profumi alle borse, ai beni di prima necessità), Cantlie mostra che è una normalissima città, occupata a vivere, decisamente lontana dall’immagine che ne danno i media occidentali. Dopo aver mostrato l’efficienza di un ospedale, anch’esso amministrato dall’Isis, il giornalista è ripreso in una centrale di polizia mentre tesse le lodi delle forze locali. Esse mantengono, a suo dire, l’ordine pubblico e, in sella a una motocicletta della polizia, afferma che il tasso di criminalità è vertiginosamente sceso rispetto alla gestione precedente.

Insomma, dalle immagini appare un Cantlie apparentemente in buona salute che sembra potersi muovere in completa libertà, e in completa libertà sembra fare un’ottima propaganda per l’Isis. Incredibilmente dalle telecamere di Cantlie -un condannato a morte, ricordiamolo- è messa in luce una Mosul mai così viva come da quando è caduta nelle mani dello Stato Islamico, nonostante i media occidentali mostrino la povertà cittadini additando l’Isis come principale responsabile.

L’ultima accusa all’Occidente, e agli USA, arriva da Cantlie stesso: un drone americano attraversa i cieli della città e il giornalista si rivolge a lui con le mani al cielo, “Hey! Sono qui! Siete venuti a salvarmi, di nuovo? Fate qualcosa… Siete inutili… Completamente inutili!

Il reportage del giornalista genererà sicuramente opinioni contrastanti riguardo alle intenzioni di Cantlie: com’è possibile che un uomo imprigionato per due anni, che ha perso un compagno di viaggio in una maniera così disumana, possa prendere le parti di un’organizzazione terroristica come l’Isis, elogiandone le forze amministrative e di gestione di una città? Le sue parole sono intenzionali o dirette dai suoi carcerieri? Siamo di fronte a un caso esemplare di Sindrome di Stoccolma o tutto il reportage è stato costruito a tavolino dagli esponenti dello Stato Islamico?

La novità che questo reportage porta alla luce è in effetti decisiva. Le organizzazioni terroristiche si sono adattate ai tempi. Le nuove armi sono gli stessi strumenti di comunicazione dei media occidentali tanto osteggiati dal mondo arabo. In sostanza l’Isis sta costringendo un condannato a morte britannico ad essere il loro portavoce per il mondo occidentale?
La rivoluzione comunicativa dell’ostaggio trasformato in testimonial rappresenta il culmine della nuova strategia terroristica.

Cantlie è il simbolo di questa rivoluzione, è un uomo che serenamente tesse le lodi dei suoi boia. Ora non si può più far finta di niente, non si può voltare la testa affermando che la guerra è dall’altra parte del mondo. Il web e la comunicazione digitale sono diventati la porta d’accesso per il male: la guerra è entrata nelle nostre case, passando attraverso schermi luminosi e record di visualizzazioni su Youtube.

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L'autore
Federico Graziani
Federico Graziani

Studio Lettere all'Università degli Studi di Milano. Appassionato di letteratura, mi diletto con la scrittura e talvolta ammicco al giornalismo. Ma soprattutto provo una quantità non indifferente di invidia per chi riesce a scrivere interessanti descrizioni di sé in tre righe.

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