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Attualità
17 Febbraio 2015
ISIS: la grande paura del nemico alle porte di casa

    Dato che negli ultimi giorni sembra essersi instillato nell’opinione pubblica un clima di crescente isteria a causa delle minacce provenienti dal sedicente califfato islamico, è opportuno analizzare cautamente la questione, possibilmente cercando di inquadrarla secondo una prospettiva quanto più obiettiva e realistica e, perché no, provando a fornire delle considerazioni più rassicuranti.

    La notizia degli ultimi giorni è la presa della città libica di Sirte da parte dei miliziani dell’ISIS, la cui avanzata sembra inarrestabile, incontrastata e sempre più diretta verso i confini italiani ed europei. Ma è davvero così?

    Precisiamo intanto che la situazione in Libia è pericolosamente fuori controllo dal 2011 quando, a seguito della caduta del regime di Gheddafi, il Paese è sprofondato in un clima d’instabilità politica causata proprio dal vuoto di potere generatosi con l’uccisione del colonnello. 

    Da allora la Libia è sotto il controllo di bande e tribù che imperversano per tutto il Paese e costantemente impegnate in un sanguinoso conflitto civile che ha provocato migliaia di morti ed esodi di massa. I circa 140 gruppi armati fanno sostanzialmente capo a due distinte fazioni e cioè quella del governo ufficiale di Tobruk, di stampo laico e riconosciuto dalla comunità internazionale, e quella del Congresso nazionale di Tripoli in cui ad avere l’egemonia è la c.d. “fratellanza musulmana”.

    In questo panorama estremamente frastagliato si è dunque inserita una terza fazione, quella appunto rappresentata dai gruppi islamisti radicali e jihadisti che si ispirano al califfato di al-Baghdadi. 

    Stando agli eventi delle ultime ore, scopriamo di avere “alle porte di casa” i tagliagole dell’ISIS, pronti a sbarcare sulle nostre coste e giungere finalmente a Roma per innalzare il vessillo nero del califfato, proclamare la sharia e soggiogare i cristiani  d’Europa al nuovo ordine politico, sociale e religioso.

    Ebbene è opportuno stemperare questa rappresentazione distopica degli eventi iniziando a ricordare che da mesi i miliziani jihadisti, al pari delle altre fazioni di cui si è detto, sono presenti e controllano a loro volta una parte della Libia, e più precisamente quell’area geografica che vede nella città di Derna la propria capitale.

    Per lungo tempo la notizia è quindi passata inosservata o, quantomeno, offuscata all’interno di un dibattito pubblico sempre concentrato sulle vicende economiche e le bellicosità politiche. L’impressione è che i media abbiano scientemente preferito tacere sugli scenari del Maghreb in seguito ai fallimenti delle c.d. “primavere arabe”: sono stati sempre più sporadici gli interessi sulle vicende libiche, e ciò ha indotto l’opinione pubblica (e forse anche la classe dirigente italiana ma anche, e soprattutto, europea) a sottovalutare e ad ignorare i focolai di crisi che si annidano in quelle regioni.

    In altre parole, l’Europa ha preferito nascondere sotto il tappeto le conseguenze d’interventi rivelatisi disastrosi e privi di consistenza strategica, a partire proprio dalla deposizione di Gheddafi e che si è dimostrata deleteria per la stabilità di quel Paese nonché per gli interessi occidentali, ed in primis di quelli Italiani, e che oggi si finisce (paradossalmente) per rimpiangere.

    Tornando all’oggetto della nostra analisi, ecco che improvvisamente la nuova alleanza delle milizie islamiste libiche con il califfato che controlla gran parte di Siria e Iraq nonché un’avanzata che ha avuto, per il momento, culmine nella presa della città di Sirte, impongo di riaccendere quei riflettori frettolosamente spenti sulla Libia.

    Desta clamore la chiusura dell’ambasciata italiana a Tripoli ed il rimpatrio dei nostri connazionali, scelta dovuta al venir meno di quegli standard di sicurezza che, stando al contingente inasprirsi degli scontri, impongono alle autorità in questione di sospendere le attività dell’unica rappresentanza occidentale rimasta sul territorio dal 2011.

    Passando al lato macabro di questa vicenda, fanno certamente impressione le minacce dei tagliagole che, come di consueto, non mancano di risaltare le loro farneticanti rivendicazioni con immagini di sangue e di morte.

    Tuttavia dovrebbe considerarsi, quella dell’ISIS, una minaccia vacua ed inconsistente. Non si ravvisa, infatti, alcun interesse concreto da parte dei terroristi nell’avviare un’azione militare nei confronti dell’Italia e, dunque, dell’Occidente; è vero, la propaganda del califfato è satura di messaggi che inneggiano ad attaccare, colpire e diffondere il terrore tra i popoli "infedeli" ma appare fortemente improbabile qualsiasi attacco nei nostri confronti, vuoi per interesse strategico, vuoi per impreparazione militare. È dunque, una mera minaccia ideologico-propagandistica

    È sufficiente questo per sentirci tranquilli? No

    Non bisogna, infatti, dimenticare la vera natura del califfato e cioè quella di organizzazione terroristica ed, in quanto tale, capace di sferrare attacchi eclatanti che possono coinvolgere specifici obiettivi sul suolo europeo, come le stragi di Parigi e di Copenaghen (solo per citare le più recenti in ordine di tempo) insegnano.

    Certo, oggi la proclamazione dello stato islamico offre un punto di riferimento ad estremisti di tutto il mondo, i quali possono contare su un’entità politico - statale dai contorni geografici precisi e dotata da una vera e propria struttura di governo. Questo è indubbiamente l’elemento che rappresenta un inquietante salto di qualità che pone l’ISIS come estremamente all’avanguardia rispetto ad altre organizzazione del terrorismo internazionale.

    Ebbene come comportarsi in presenza di tale minaccia? 

    Appare, a tal riguardo, condivisibile l’invito alla calma che il Presidente del Consiglio ha rivolto non solo alla nazione ma anche ai propri ministri i quali negli scorsi giorni si sono incautamente lasciati sfuggire dichiarazioni avventate e che hanno finito per sortire il duplice effetto di terrorizzare gli italiani e fomentare l’odio dei terroristi che, peraltro, hanno immediatamente contrattaccato chiamando in causa proprio il nostro ministro degli esteri.

    Questa linea politica non deve necessariamente essere letta come un atto di “lassismo” o di sottovalutazione del fenomeno da parte dei governanti: esiste, infatti, una seria minaccia e si trova a 200 miglia dalle coste italiane.

    Deve però ritenersi che la via diplomatica sia quella su cui insistere per tentare di riportare ordine in quelle regioni; non si fraintenda la natura dell’azione in questione: i terroristi conoscono il solo linguaggio delle armi, e questo è vero; ma i nostri interlocutori dovrebbero essere tutte quelle parti che subiscono direttamente gli orrori del califfato. In questo caso, infatti, è utile porre in gioco tutte le risorse necessarie per ricompattare il fronte anti-ISIS già a partire dalle forze libiche presenti sul territorio e che sembrano ben poco disposte alla sottomissione incondizionata al califfato e, naturalmente, coinvolgere tutte quelle nazioni arabe pronte a dar battaglia al califfato.

    Il ragionamento in questione non vuole neppure trincerarsi dietro un pacifismo ideologico: l’uso della forza militare è, purtroppo, essenziale; ciò che tuttavia distingue un intervento di successo da un fiasco è come tale forza sarà impiegata, in quali dosi, quali saranno le forze in campo e soprattutto quale sarà l’exit strategy.

    Diventa essenziale mostrare lungimiranza negli scaturenti assetti geo-politici al fine di non commettere gli errori fatali che l’Occidente ha, invece, reiteratamente commesso negli interventi militari dell’ultimo decennio, la cui mancanza di pianificazione nel lungo periodo è finita per tradire le aspettative di quei popoli ed esasperare conflitti ed antiche rivalità (in ultimo l’intervento militare in Libia nel 2011 a guida francese e britannica).

    Personalmente vedere le acque del Mediterraneo colorarsi del sangue di uomini decapitati dai terroristi a causa della loro fede o etnia mi inorridisce e mi disgusta non di più delle decapitazione e degli altri orrori che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi ed ormai marchio di fabbrica dei terroristi di al-Baghdadi. È necessario, però, non lasciarsi sopraffare dalla paura e dallo sconforto, né cedere a manipolazioni populistiche e tentare invece di mantenere un approccio lucido ad un problema che, è evidente, non può più ignorarsi.

    E con buona pace dei “nazionalisti”, “neo-colonialisti” e “nostalgici” nostrani con le loro intemperanze da spezzerem-le-reni-al-beduino che per il momento dovranno riporre i moschetti sotto il letto. 

 

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L'autore
Ezio Cavallino
Ezio Cavallino

Laureato in giurisprudenza e praticante avvocato

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