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Attualità
21 Marzo 2015
Appalti e grandi opere: ovvero come il potere dei burocrati si sostituisce alla classe politica

    Sebbene offuscata da quanto avvenuto quasi contestualmente a Tunisi, non può che destare scalpore l’inchiesta della Procura di Firenze sulle presunte tangenti negli appalti per le costruzioni delle c.d. Grandi Opere.

    Dunque proprio alla vigilia dell’apertura di Expo ritorna in primissimo piano il sistema di assegnazione e gestione degli appalti pubblici, già scoperchiato dalle eclatanti inchieste del 2014 (dal Mose a Mafia Capitale passando, appunto, per Expo)  e che sembrerebbe rappresentare un’importante e grave fonte di corruzione attorno alla quale ruotano, in un pericolo incrociarsi, imprenditoria, criminalità organizzata e politica.

    Ma al di là delle responsabilità penali di ciascuno dei protagonisti, emerge un dato tutt’altro che trascurabile: da un lato il ripetuto coinvolgimento della classe politica italiana che, a tutti i livelli di amministrazione, è troppo facilmente incline a commistioni con giri di affari tutt’altro che trasparenti e indirizzati verso logiche di profitto privato o, comunque, destinati ai pochi individui che fanno parte del sistema.

    Dall’altro, emerge con chiarezza l’eccessivo potere gestito dai c.d. grandi manager o grandi burocrati di Stato, non grigi esecutori delle volontà politiche, ma addirittura veri e propri cervelli delle scelte che alla politica competerebbero nonché oscuri surrogati della politica stessa.

    I due principali soggetti coinvolti segnano, per l’appunto, questa distinzione tra chi detiene formalmente il potere e chi, invece, nei fatti lo esercita indipendentemente dal colore politico dei governanti di turno.

    Il primo è Maurizio Lupi, Ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi; il secondo è Ercole Incalza, il super burocrate degli appalti pubblici, da anni a capo di un importante struttura di missione interna al Ministero delle Infrastrutture attraverso la quale passano le più rilevanti opere strategiche del Paese e chiamata a gestire ingenti flussi di denaro pubblico (si calcola una media di 7 miliardi annui per quanto riguarda le sole opere appaltate).

    Propio quest’ultimo, dominus incontrastato del sistema oggetto dell’inchiesta, è finito in manette in quanto al vertice della rete clientelare e tangentizia emersa a seguito delle recenti attività di indagine nonché uomo d’ombra dell’NCD, tanto influente da incidere non solamente nell’assegnazione degli appalti pubblici quanto anche nella presentazione degli emendamenti legislativi indirizzando così, secondo le proprie volontà, l’attività parlamentare.

    A fronte del coinvolgimento del Ministro (al momento non sottoposto ad alcuna indagine da parte dell’autorità giudiziaria) l’opinione pubblica si è, per l’ennesima volta, spaccata tra garantisti e giustizialisti, ovvero tra chi lo ritiene estraneo alle vicende in questione e chi, viceversa, ritiene doveroso che il Ministro rassegni quanto prima le proprie dimissioni.

    Sono in tanti, infatti, a sostenere che sia in atto nei confronti del Ministro Lupi un vero e proprio “sputtanamento”, un linciaggio mediatico che non troverebbe comunque riscontro nelle carte dell’inchiesta. 

    In un interessantissimo articolo di Giuseppe Sottile del Foglio, si legge che «attorno ai protagonisti, finiti in galera o ai domiciliari, e ai comprimari iscritti nel tenebroso registro degli indagati, c’è un terzo cerchio, nel quale compaiono quei poveracci che, pur essendo estranei al misfatto e non avendo ricevuto neppure un avviso di garanzia, si ritrovano comunque criminalizzati» e che «per molti magistrati, soprattutto per quelli che cercano ossessivamente il palcoscenico, un reato senza contesto difficilmente riuscirebbe a reggere la prima pagina dei giornali».

    Orbene, il giornalista sembra ignorare, o quantomeno sottovalutare, l’importanza del vero elemento rilevante nel caso di specie: vale a dire il contesto. Anzi è proprio il contesto a delineare non solamente l’azione dell’uomo pubblico ma ad offrire un importantissimo metro di giudizio sul suo operato.

    E il contesto si evince da tutte quelle intercettazioni telefoniche «dove ognuno parla e straparla, dove affiorano segreti inconfessabili ma anche invidie e maldicenze»; dove si apprende non solo dei Rolex e degli abiti donati da Incalza a Lupi, ma anche della richiesta, peraltro prontamente eseguita, di “sistemare” il figlio del Ministro appena laureatosi, tramite l’assegnazione di una serie di incarichi certamente anomali per chi, nelle medesime condizioni, non può vantare un genitore a capo di un Ministero.

    Nulla di penalmente rilevante, certamente. Comportamenti discutibili? Malcostume? Senz’altro. E, in ogni caso, non può che essersi d'accordo sull’inviolabilità del principio di presunzione di innocenza a cui tutti sono sottoposti (a maggior ragione in assenza di una iscrizione del Ministro nel registro degli indagati).

    Tuttavia alla stregua di quanto emerso, appare irragionevole attendere la conclusione delle indagini ovvero la conclusione dell’eventuale processo per poter esprimere un giudizio sull’operato del Ministro. 

    Le intercettazioni, infatti, sono non solamente un formidabile strumento di indagine grazie al quale è possibile apprendere di condotte illecite dei soggetti che vi sono sottoposti con conseguenti agevolazioni per le attività di indagine, ma offrono, altresì, all’opinione pubblica uno spaccato sulla vita di un uomo pubblico al di fuori dei canali ufficiali, su come si muove, come agisce e chi frequenta. 

    Elementi indubbiamente di interesse primario specie quando il soggetto coinvolto, come in questo caso, è un importante uomo delle istituzioni sulla cui vita pubblica è doveroso attendersi una specchiata trasparenza e correttezza ancor prima della innocenza innanzi al codice penale.

    Si ha l’impressione, dunque, che coloro i quali attaccano con vigore l’utilizzo di tali strumenti (come dimenticare il dibattito sull’uso delle intercettazioni negli scandali sessuali dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi) quasi dimentichino che non sono i tanto vituperati magistrati a "guidare le condotte" dei soggetti intercettati, ma proprio questi ultimi i quali finiscono per compromettere le loro carriere per le più disparate ragioni (ambizione, avarizia, incapacità). Si contesta la forma e si ignora il contenuto, ignorando che l’opinione pubblica non ha bisogno, per esprimere i propri giudizi, di attendere la conclusione dei processi.

     D’altronde è sufficiente leggere alcune trascrizioni per rendersi conto di quale sia, nel caso di specie, il contesto in cui i soggetti coinvolti operano e di quanto sia avvilito un Paese non più in grado di assicurare il rispetto delle regole. 

     Così infatti parlava uno dei manager implicati nello scandalo, Giulio Burchi: “Forse si sta bene solo in questo Paese qua… perché nei Paesi dove ci sono le regole secondo me si sta molto peggio… io ti dico la verità… che sono stato assolutamente… anzi nessuno mi può dire un cazzo… anche se qualche compromesso l’ho fatto anche io naturalmente come tutti… però i soldi che ho guadagnato in questo Paese di merda deregolarizzato… non li avrei mai guadagnati in Inghilterra o in America”. 

     Ed è proprio sulla base dei contenuti delle intercettazioni che, sebbene non emergano responsabilità penali del Ministro (lo ripetiamo per l’ennesima volta), è essenziale chiedersi se fronte di un comportamento quantomeno anomalo rispetto ai propri doveri istituzionali, sia opportuno che un ministro rimanga in carica anche a seguito di un coinvolgimento non penalmente rilevante ma, senza ombra di dubbio, politicamente eclatante

    E mentre  ci si confronta su questo dibattito, ci apprestiamo ad inaugurare Expo facendo portando su un palcoscenico internazionale uno dei nostri prodotti nostrani più importanti: la corruzione.

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L'autore
Ezio Cavallino
Ezio Cavallino

Laureato in giurisprudenza e praticante avvocato

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