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Sport
21 Gennaio 2015
Malesia 1997 - Fu vera gloria?

1997. Malesia, terra di massaggiatrici asiatiche e di Boeing scomparsi, ma di sicuro non di calcio. Appunto. Eppure in quell’anno, in quel luogo, si svolgono i Mondiali Under 20, la manifestazione più crudele del mondo pallonaro, perché non dà mai verdetti definitivi. È un po’ come a Sanremo: può capitare che vinci e dopo due mesi non ti si fila più nessuno, mentre l’ultimo classificato diventa il nuovo fenomeno osannato da tutti.

Di certo, le premesse sono incoraggianti. Ai nastri di partenza, ogni contendente al titolo ha una rosa con giovani promesse in rampa di lancio: l’Inghilterra di Owen, Carragher e Dyer; la Francia di Henry, Anelka, Gallas e Trezeguet; il Brasile di Alex, Fernandao e Athirson; l’Uruguay di Zalayeta e Carini; il Giappone di Yanagisawa e Nakamura.

E poi loro. Arrivano su un biplano militare, uno dei pochi sopravvissuti alla guerra delle Falkland, ognuno con la tuta della propria squadra di club e dei vecchi borsoni del Parma, gentile omaggio di Tanzi, il quale ha dato loro anche un container di Superga colorate coi colori sociali delle squadre di Serie A, quelle che si vincevano coi punti della Parmalat. Bevono solo latte e succhi di frutta Santal. Loro, sono l’Under 20 dell’Argentina.

Scendono dall’aereo , e subito uno dei ragazzini, in realtà già un ragazzone bello massiccio, si lancia oltre le transenne e, al grido di “Viva la revoluciòn” stende tre poliziotti a testate e violenta un paio di hostess. È il difensore centrale, dicono sia il futuro Sensini. Si chiama Walter, e di cognome fa Samuel. Nemmeno il tempo di far rientrare quest’allarme,  che al controllo bagagli si scatena un putiferio:  il portiere, infatti, un capellone in erba, sta cercando di far passare il lubrificante anale che aveva nella borsa come gel per capelli, mentre nel bagaglio del regista, che i capelli inizia già a perderli, è stato ritrovato un mezzo chilo abbondante di cocaina. Il personale dell’aeroporto prende i documenti dei due ragazzi e scrive sul verbale i loro nomi: Leo Franco ed Esteban Cambiasso. Dopo aver versato una cospicua tangente al capo della sicurezza aeroportuale, la comitiva esce per cercare un taxi. Il mister conta i suoi ragazzi, ma ne mancano due.  A quel punto, l’attaccante centrale, un capoccione che di nome fa Bernardo Romeo, indica la sala d’attesa dell’edificio, dove i due assenti stanno dribblando i passeggeri in coda per il check-in, con un pallone rubato ad un tifoso che voleva farselo autografare. Sono i due trequartisti: uno ha la tuta del Boca, è sempre timido e impacciato (ma gli amici giurano che al secondo giro di Fernet si trasforma), non parla mai e infatti lo chiamano “Mudo”, anche se il suo vero nome è Romàn, Juan Romàn Riquelme. Tra un tunnel e una “gambeta”, apre bocca solo per chiamare il compagno a cui deve passare il pallone. Lo chiama “Pablito”. Anche il piccoletto non è da meno, e tempesta di doppi passi i malcapitati passanti, mostrando ogni tanto il dito medio per irriderli. Dalla tasca gli cade una figurina che lo ritrae e recita:Pablo Aimar – River Plate”. Vengono richiamati all’ordine dal mister, un brizzolato con la camminata alla Clint Eastwood, uno di quelli che sembrano tutti briscola e Bar Sport ma poi te li ritrovi al night ad infilare banconote nel perizoma della spogliarellista di turno. Tiene nel portafoglio una foto di Evita, una di Maradona ed una di Cicciolina. Si chiama José Pekerman, ed è li per dimostrare al mondo intero che quei 23 delinquenti che s’è portato dietro sono il futuro più roseo del calcio mondiale.

La fase a gironi ci dà questi verdetti: Uruguay, Brasile, Ghana, Spagna, Australia e Inghilterra vincono i rispettivi raggruppamenti; Belgio, Stati Uniti, Canada ed Emirati Arabi Uniti si qualificano come migliori terze; le seconde classificate sono Marocco, Francia, Irlanda, Giappone, Messico e Argentina. La banda-Pekerman, infatti, è stata relegata in seconda piazza dopo un incredibile scontro diretto con i giovani socceroos: in vantaggio con il gol di Romeo, hanno assistito allo show dell’australianissimo Salapasidis, autore di una tripletta tra il 39’ e il 55’. Accorciate le distanze con Placente al 70’ e raggiunto il pareggio con un rigore del “Divino” Riquelme all’88esimo, hanno poi subito la beffa finale con il quarto gol di Salapasidis, firmato dagli undici metri al 90’.

Agli ottavi di finale di risultati eclatanti non ce ne sono: l’Uruguay ne fa 3 agli USA in una partita dove segna mezza Juventus (doppietta del “Panteron” Zalayeta e gol di Olivera, qualcuno giura di aver visto Moggi sugli spalti quel giorno); il Messico soccombe alla Francia per 0-1; l’Australia dell’anti-eroe Salapasidis viene fatta fuori dal Giappone con un 1-0 firmato da un futuro anti-fenomeno del calcio italiano, Atsushi Yanagisawa; il Ghana elimina con facilità gli Emirati per 3-0; la Spagna passeggia sul Canada vincendo 2-0 in scioltezza; il Marocco combatte fino ai supplementari ma poi una rete del già platinato Damien Duff regala il 2-1 all’Irlanda; il Brasile addirittura ne fa 10 al Belgio.

Ma c’è un’altra partita. Agli ottavi di finale c’è Inghilterra-Argentina.

Una delle partite più assurde della storia del calcio. Maradona contro Lineker, la Regina Elisabetta contro Evita Peròn, il pop dei Beatles contro il tango di Piazzolla, Wembley contro il Monumental, la statua dell’ammiraglio Nelson a Trafalgar Square contro l’obelisco dell’Avenida 9 de Julio.

Una partita che ai Mondiali ha fatto la storia: la Mano de Dios e il Gol del Secolo, a Messico ’86; il gol di Owen che scarta mezza Argentina, lo schema su punizione più bello degli ultimi 20 anni, l’espulsione di Beckham e l’errore dal dischetto di Nicky Butt a Francia ’98; la rivincita inglese a Corea/Giappone 2002.

Ma questo capitolo è diverso. Quasi nessuno se lo ricorda quando si parla di questo eterno duello calcistico, forse perché in campo ci vanno dei ragazzini. Gli inglesi entrano convinti di poterla vincere facilmente, d’altronde hanno stravinto il loro girone, la difesa è blindata da Jamie Carragher e sulle fasce imperversano due ragazzi terribili, Danny Murphy e Kieron Dyer, le cui sgroppate vengono capitalizzate da una coppia d’attacco strepitosa, formata da John Macken e Michael Owen, il gatto e la volpe. Il piccoletto di Liverpool inventa, il ragazzone di Manchester concretizza. Dall’altra parte, la sconfitta con l’Australia ha fatto male: il capitano Diego Markic ha vietato la visione dei porno, Cambiasso ha costretto i più giovani a bere olio di ricino, mentre Riquelme ha passato un brutto quarto d’ora al telefono con Martìn Palermo. Non si sa cosa si siano detti, ma il giovane fantasista, attaccato il ricevitore, pronuncia una sola frase: “Tenemos que ganar”, dobbiamo vincere. Dopodiché molla un ceffone all’inutile Cufrè che passava di lì. I ragazzi di Pekerman vogliono vincere, devono vincere, e vanno in campo con una grinta mai vista. I britannici non ci capiscono niente, dopo 10 minuti Aimar scappa sul lato destro dell’area di rigore e viene steso da Jackson:  Riquelme realizza alla perfezione il rigore concesso e vede allontanarsi lo spettro di una sodomizzazione da parte di Palermo. Al 26’ Samuel imposta a metà campo, palla per Bernardo Romeo che dà ad Aimar, Romeo, Aimar, interno destro rasoterra e raddoppio. Un’azione pazzesca,  con buona pace di chi diceva che il compagno di Aimar al River, “El Conejo” Saviola, era più forte di lui. Carragher è l’ultimo ad arrendersi e tenta di guidare i suoi alla riscossa incornando in rete una punizione in apertura di secondo tempo, ma non basta. Il risultato non si muove più, l’Albiceleste massacra i Tre Leoni sul piano tecnico e agonistico, non c’è storia. Finisce 2-1.

Quarti di finale. Lucianone Moggi si siede in tribuna per Uruguay-Francia, e infatti segnano Olivera e Trezeguet per l’1-1 finale. Ai rigori la spuntano i sudamericani per 7-6. L’Irlanda sorprende la Spagna e porta a casa un insperato 1-0, mentre il Giappone trascina il Ghana ai supplementari con un gol del solito Yanagisawa, salvo poi arrendersi per 2-1.

Nel frattempo, la sorte ci regala un’altra partita dal sapore epico. Il derby per eccellenza, Argentina-Brasile. Il “Superclasico de las Americas”.  Ne abbiamo viste e ne vedremo di tutti i colori: Maradona che trucca l’acqua degli avversari col sonnifero a Italia ’90, i gol di Crespo e Ronaldo, le punizioni di Roberto Carlos, il pareggio di Adriano a 8 secondi dalla fine in finale di Copa America 2004.

Questa volta però è diverso: la partita non è spumeggiante, non sembra nemmeno  che giochino due sudamericane. È una partitaccia, tirata, combattuta, uno zero a zero che non sembra scalfibile. Qualche brasiliano ha già iniziato a chiedere in giro dove fare tappa durante il puttan tour in programma nel post partita, mentre sulla panchina argentina il secondo portiere Munoz  sta raccontando le sue avventure estive con tale Paula, conosciuta a Mar del Plata e rivista pochi mesi dopo in un locale di Bahia Blanca sotto il nome d’arte di Franco.  Poi, a dieci minuti dalla fine, la provvidenza si presenta in campo, sotto il nome di Lionel Scaloni, un futuro da ladro di stipendi con le maglie di Lazio ed Atalanta: Pablo Rodriguez gestisce la palla a centrocampo, passaggio a Riquelme che alza la testa e lancia sulla destra. Scaloni è un treno e arriva su quel pallone lanciatissimo, lo stoppa, inchioda Adailton sulla linea di fondo irridendolo con un dribbling a rientrare e fulmina il portiere avversario con un missile di destro sotto la traversa. Tripudio. Tutti gli montano in groppa, Pekerman fa un ice bucket challenge con un secchio di Amaro Montenegro, Leo Franco, come è solito fare dopo ogni gol, improvvisa un balletto in solitaria nella propria area di rigore.  Ma ancora non è finita. Assedio verdeoro, i brasiliani attaccano da ogni parte. Cambiasso sradica un pallone dai piedi di un attaccante in area argentina, esce in mezzo a due con un dribbling ai limiti del codice penale e un paio di cazzotti nei reni, poi lancia Aimar. Pablito è in campo libero e la porta fino al limite dell’area avversaria coi suoi passetti del cazzo da ballerino, poi con l’esterno la serve a Martìn Perezlindo, 20 anni portati malissimo, che senza pensarci due volte dà fuoco alle polveri e caccia un destro di prima intenzione sul primo palo: 2-0 al novantesimo e partita chiusa. I telecronisti della TV argentina festeggiano il gol urlando “Que lindo Perezlindo!”, negli spogliatoi Cufrè viene obbligato a fare i gargarismi con il Mastro Lindo. Apoteosi.

Nelle semifinali non c’è nulla di epico da raccontare, non fosse per uno stupendo Ghana che obbliga l’Uruguay ad andare ai supplementari, arrendendosi solo al 105’ per 3-2, mentre l’Argentina ha la meglio sulla sorprendente Irlanda con un 1-0 firmato da Romeo ma che sta stretto ai sudamericani, dominanti per tutti i 90 minuti.

Il verdetto è quindi crudele e allo stesso tempo incredibile: Uruguay-Argentina sarà la finale della competizione. La rivalità più sentita per entrambe le nazioni, ancor di più delle rispettive faide con Paraguay e Brasile. Un conflitto iniziato la notte dei tempi, con la prima finale dei Mondiali nel ’30. Gli uruguagi partono alla grande, e al quarto d’ora Garcìa inventa una punizione dai 25 metri che scavalca la barriera e s’infila sotto il sette. Applausi a scena aperta, 1-0 Uruguay. Passano dieci minuti. Corner di Riquelme, parabola su cui si avventa “El Cuchu” Cambiasso, che dà una capocciata tremenda, perdendo il 30% dei capelli in un colpo solo: palla in rete e uno pari. Ma è al 43esimo che succede. La palla viaggia da Riquelme a Scaloni, appoggio ancora per “El Mudo” Riquelme, che lancia di nuovo Scaloni con un tocco sotto, il terzino argentino guadagna il fondo e crossa rasoterra per Quintana a rimorchio, tocco sottomisura ed è 2-1. Gol di Quintana, “Quintanita”, un pigmeo di 1.60 coi capelli a caschetto e la faccia da nerd, un misto tra il Chino Recoba e Milhouse. L’appoggia in rete e dà il titolo mondiale alla sua nazionale. La festa negli spogliatoi è incredibile: Pekerman portato in trionfo, giovani ragazze malesi in abiti succinti, Riquelme  cerca di sniffare pure la colla delle piastrelle, Aimar insegue le suddette giovani per mostrar loro come “i nani siano i più forniti della virtù meno apparente”, Romeo vestito solo di una foto di Che Guevara sculaccia qualsiasi cosa gli capiti a tiro, Quintana, eroe del giorno , immerso in una tinozza di champagne con un sigaro cubano e una cubana tra le gambe, Cambiasso fa il bagno nel Fernet e nella Crescina, Samuel e Placente giocano allo schiaffo del soldato con Cufrè.

Sarebbe bello concluderla così, una sorta di miracolo argentino in salsa oltreoceano. Ma nel football, o in questo caso “fùtbol”, anni Novanta c’è sempre un retrogusto di amarezza. Amarezza che sta nell’osservare un gruppo di 18 ragazzini che, alle porte del 2000, avrebbero potuto diventare fuoriclasse e colonne portanti di una fantastica nazionale maggiore e che, invece, si sono quasi tutti persi per strada. Ci piace immaginarceli oggi, riuniti attorno ad un tavolo in una bettola di Buenos Aires a leggere questo articolo, rievocando i fasti della Malesia, quando scappavano di notte dall’albergo con addosso un bomber e un cappellino per infilarsi nei night di Kuala Lumpur, e poi cambiare discorso e parlare del più e del meno bevendo come spugne. Ecco che allora ce lo vediamo un Diego Markic che approfitta del passaporto croato per fare lo scafista di latitanti della guerra in Kosovo, un Bernardo Romeo che si è dato alla macchia e fa l’attivista in un gruppo di no-global, un Sebastiàn Romero fortemente coinvolto nelle indagini sul crack Parmalat e il buon vecchio Martìn Perezlindo che alla fine ”Chi se ne fotte, tanto io ho fatto gol al Brasile”, mentre Nicolas Diez cerca di convincere gli altri che in quella squadra c’era pure lui, anche se nessuno sembra ricordarlo. Poi, in ritardo ovviamente, arriva Leandro Cufrè, e viene lapidato con le bottiglie vuote di Averna.

Ma tanto, alla fine, c’è pure a chi è andata peggio, dopo quel Mondiale. Il capocannoniere e il miglior giocatore, per dirne due. Volete sapere chi erano? Adaìlton e Nicolas Olivera. Triste, no?

L'autore
ElCoblo
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