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Libri
29 Gennaio 2015
"Briciole: storia di un'anoressia" - Alessandra Arachi

Strano. Strano vivere vicino a delle persone senza mai conoscerle veramente a fondo; senza mai sapere veramente cosa passa nella mente dell’altro; senza mai veramente sapere se la persona a noi più vicina sta bene o se finge solamente per non rischiare di non avere puntate verso di sé la luce dell'attenzione o dell'accusa; senza mai poterla aiutare sul serio. 

L'autrice del libro è Alessandra Arachi che, attraverso la storia di una semplice ragazza, ci offre una panoramica su temi, che a differenza di quanto affermato nel titolo, non trattano solo di disturbi alimentari, ma arrivano a toccare anche l’abuso di droghe. Parla di quelle malattie invisibili che, chi non c’è passato, affronta con estrema superficialità, nonostante i tremendi sforzi fatti per capire. Già, malattie invisibili, credo che questo sia il termine adatto; malattie che pur di non essere scoperte, si mascherano troppo bene o più spesso, si preferisce fare finta di niente.
“[...] Comincia con tre polpette al sugo questa storia. Tre polpette di carne di vitello vomitate nel bagno di casa con la porta spalancata. “Anoressia mentale”, sarebbe stata la diagnosi psichiatrica. Mio padre non avrebbe mai voluto crederlo. [...]” (pag.7). Così l’autrice decide di esordire ed è così che purtroppo inizia l’incubo di queste persone, che combattono, addirittura fino alla morte, la loro tormentata lotta contro il cibo.

Da dove nasce tutto ciò ? Sicuramente le cause sono molte, tra queste, aspetti psicologici e biologici. Ma per un attimo accantoniamo i mille discorsoni, pieni di paroloni incomprensibili, che ci propinano i medici, e soffermiamoci sulla società: anche lei fa la sua buona parte. Basti pensare alla televisione e ai migliaia di programmi dove delle donne, in corpi quasi inesistenti, in vestiti troppo piccoli per essere veri, sembrano divertirsi a “zompettare” per gli studi televisivi, sfoggiando i loro corpi “perfetti” e vantandosi per essere riuscite a sconfiggere quel rotolino di troppo che le faceva sentire tremendamente fuori ruolo. Ma per favore ! Per non parlare poi delle riviste, che ritraggono donne bellissime, sorridenti, nei loro corpi magrissimi.
Pose provocanti, seno mostrato più del dovuto, fotoritocco al massimo per coprire le curve nemiche, un po’ di professionalità ed ecco fatto: stampate in copertina a pubblicizzare intimo trasparente suscitando la battuta maliziosa negli uomini, tanta invidia nelle donne. Da questo il passo è veramente piccolissimo: guardare la propria immagine allo specchio diventa un incubo insopportabile, quel bel corpo, quasi invidiabile, si trasforma nel nemico più temibile, in un mostro. “[...] Gambe lunghe, ma non magre. Non a sufficienza per me che soltanto scheletrica avrei potuto avere il mondo ai miei piedi.” (pag.7). Il gioco è fatto. Si entra in un circolo vizioso, si cercano mille scuse per mascherarlo agli altri, per mascherarlo a noi stessi.
Un altro motivo, altrettanto importante è quello famigliare: una situazione difficile in famiglia è un ottimo fattore scatenante. Si ricorre alla rinuncia al cibo, magari per attirare un po’ di quell’attenzione negata, necessaria per un figlio. Così la storia si ripete: quando chi ci sta intorno si rende conto in quale realtà ci siamo gettati è oramai troppo tardi, inizia una lotta continua contro il cibo e la famiglia, che invece di aiutarti, continua a farti ingollare a forza quel veleno.

Altro problema affrontato nel libro, e purtroppo, molto diffuso tra i giovani e non solo è quello della droga.
A differenza dell’anoressia, chi si getta nell’universo della droga, non cerca di combattere contro il cibo né contro se stesso, ma contro il mondo, contro una realtà che va troppo veloce, troppo problematica, allora, per ovviare, si ricorre a quei veleni che, anche se per pochi secondi, ti catapultano in un mondo parallelo, che però non controlli. Svanito l’effetto, quel benessere che ti uccide si trasforma in dolore, dolore che può solo finire sparando nel corpo altro veleno e così via. Tutto quello che magari era iniziato per gioco, per provare a sentirsi grandi, sentirsi qualcuno di importante, mettersi al pari dell’amico che c’è già dentro da tempo, diventa un suicidio, che lentamente, tra sensazioni di benessere e spensieratezza, ti divora da dentro.
Fuori dalla finestra, purtroppo, c’è una realtà che non vogliamo conoscere, ma che senza dubbio dobbiamo combattere. Anche se non vogliamo pensarci, o magari così ci fa comodo, sono realtà molto più vicine a noi di quanto si pensi.
Come scritto nel sito www.brainfactor.it : “Anoressia e bulimia rappresentano la prima causa di morte per malattia delle ragazze fra i 12 e i 25 anni, affliggendo ben 200 mila donne, in Italia [...]”. Dati eclatanti. Altrettanto clamorosi sono quelli riguardanti la droga, pubblicati nel sito www.laconoscenzarendeliberi.ilcannocchiale.it, ad una rilevazione del 2008 : “Sono almeno 385.000 i consumatori problematici, circa 1 ogni 156 italiani. Attualmente sono in cura però solo 175.000 persone.”.
Ora, guardando questi numeri enormi mi sorge un dubbio: perché decidere di morire avendo come ultimo ricordo un ago di una bilancia troppo vicino allo zero, ma mai abbastanza da essere felici, oppure l’immagine spigolosa e offuscata di una siringa o pasticca che sia, che indisturbata si intrufola nel nostro corpo? Capisco le cento mila problematiche che tormentano queste persone, ci mancherebbe altro, ma secondo me, con una maggiore attenzione da parte della famiglia, o più in generale della società, e un pizzico di volontà si potrebbero aprire gli occhi e magari rendersi conto che farsi così del male non ne vale proprio la pena. 

“[...] E ho scoperto quanto è meravigliosa la vita quando al mattino apri gli occhi e riesci a vedere che fuori dalle finestre c’è la luce. E che è una luce chiara, limpida. Finalmente ho vinto. Ho vinto io.” (pag.102).


 

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L'autore
Giada Rustici
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