“Il lavoro rende liberi”. Lo diceva già Hegel nella sua “Fenomenologia dello Spirito”. La stessa frase la ritroviamo sul tristemente noto cancello del campo di sterminio di Auschwitz: ARBEIT MACHT FREI. Hegel, attraverso la nota figura servo-padrone, mostrava come all’interno di questo rapporto il vero indipendente fosse il servo e non il padrone, in quanto la sopravvivenza di questo dipende dal primo, che gliela garantisce attraverso il lavoro. In questo modo il servo si rende indipendente dal padrone. Ad Auschwitz, però, anche questo meccanismo sembra venir meno. La frase suona sinistra. Il Lager, dapprima creato come campo di sterminio, divenne campo di lavoro nel 1943. Ma che genere di lavoro? Alla celeberrima frase non può certo essere attribuito il valore morale che normalmente le è riconosciuto. Ad Auschwitz innanzitutto si lavora solo se si è in grado: se si è anziani, bambini, o comunque impediti a svolgere un qualsiasi tipo di fatica fisica si lascia il campo. Si va via passando per il camino. Se invece si può lavorare si lavora, ma il lavoro certo non garantisce nessun tipo di indipendenza, né di dignità. Nei campi di concentramento queste due parole sono entità sconosciute. Primo Levi, in “Triangolo Rosso”, riconosce un senso ironico alla frase. Forse, sostiene, andava intesa così: «Il lavoro è umiliazione e sofferenza, e si addice non a noi, Herrenvolk, popolo di signori e di eroi, ma a voi, nemici del terzo Reich. La libertà che vi aspetta è la morte». E fu proprio questa che in moltissimi casi arrivò a liberare i deportati nei lager. Qualche volta, la morte inseguì anche qualcuno che si era salvato: è questo il caso del filosofo austriaco Jean Améry, torturato dalla Gestapo e poi trascinato ad Auschwitz. Nel 1978, Améry si tolse la vita, perché come ha scritto Levi, “chi è stato torturato rimane torturato”. La stessa sorte toccherà a Levi stesso. Come tutto questo sia mai potuto accadere, molto probabilmente non arriveremo mai a comprenderlo. Ciò che invece possiamo, anzi, dobbiamo assolutamente fare, in quanto nostro dovere morale, è prenderne coscienza. Nella “Conclusione” di “I sommersi e i salvati” si legge: “È accaduto, quindi, può accadere di nuovo.” Per questo, nonostante oggi, 27 gennaio 2015, siano passati settant’anni da quando i cancelli di Auschwitz sono finalmente stati aperti, non dobbiamo assolutamente dimenticare.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
(Primo Levi)