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YoungPress
Stile di vita
12 Aprile 2016
Così si va

Ho il sole negli occhi. Tanto, tantissimo sole.

Li strizzo forte e ancora niente, ancora solo tanta luce.

Allora li chiudo, mi stendo piano a terra, senza avere la minima idea di dove io sia, di cosa ci sia intorno.

Noncurante, ecco sì, non ne ho cura.

Inizio a fare respiri più profondi, lenti. Stendo le braccia lungo il corpo e finalmente riesco a vedere.

C’è così tanta gente, non conosco nessuno eppure tutti sanno già il mio nome.

Inizio a chiedere di loro.

Insomma, chi siete, da dove venite!

Alvaro è il primo che inizia a parlare. È un ragazzo minuto ma ha una voce corale. Viene da Città del Messico, è stato una sola volta in Italia, a Venezia.

Sembra la nostra Xochimilco – dice – con tutti quei canali. È così bella!

E poi quasi si commuove parlando della sua città, di Plaza de la Constitution, dell’aroma di tequila. Degli spettacoli al Teatro de Bellas Artes, di quanta passione cresca lì dentro e di quanta ne riescano a trasmettere anche solo le pareti di quel teatro.  

Oggi è tutto così statistico, empirico, dice. Invece è così difficile quantificare e calcolare distanza e vicinanza, amore e nostalgia. E forse, non è neppure necessario.

Riconosco che c’è qualcosa di malato nelle grandi città – dice Alvaro – un rumore di sottofondo che ci impedisce di sentire la nostra voce interiore.

Non sono d’accordo, ribatte decisa Eloise, che intanto con passo svelto ci indica la strada.

Io sono nata in un piccolo paese di campagna ma è stato proprio in una grande città, a Nuova Delhi, che ho conosciuto me stessa. Per la prima volta, a ventidue anni, ho capito chi sono. Sono arrivata lì come una stanza vuota e al mio ritorno non c’era più spazio per nient’altro. Mi piace pensare che sia stata proprio quella città a creare quell’alchimia che ha reso poi, adesso, la mia vita molto più facile. Se non altro perché ora so ascoltarmi e se qualcosa va male, nella mia stanza, ho la soluzione.

Quel tappeto di stelle che vidi all’Osservatorio di Delhi, Jantar Mantar, è come ovatta sul cuore. Era il giorno del mio compleanno e non avrei voluto essere da nessun’altra parte.  Rimasi lì, tra quegli strumenti, ore e ore e ore. Eppure solo alla fine mi accorsi di quanto tempo fosse effettivamente passato. Solo alla fine capii davvero quanto il tempo sia relativo. Quanto ne sprechiamo, quanto voli quando invece dovrebbe restare fermo, quanto ho desiderato come mai prima, in quel momento, di poterne avere abbastanza nella vita per guardare, vedere, scoprire ancora.

Un uomo sulla quarantina, Kamal, inizia poi a parlare di gratitudine. E del suo mal d’Africa.

A Dakar, in Senegal, ho capito una cosa veramente importante –  dice.

Avevo molto a cuore una persona, Amir. Lui si è ammalato, aveva la febbre molto alta, era sotto iniezioni. Sono corso da lui non appena ne sono stato informato. Ho visto nel suo volto un pallore che mai avrei potuto scorgere altrimenti, sulla sua pelle nero pece.

Avrei voluto che qualche bigotto che ancora vede differenze tra un uomo e l’altro a seconda delle sue origini, vedesse Amir in quell’istante, bianco latte, proprio uguale a me.

La verità è che lui è molto migliore di me.

Quando sono arrivato mi sono seduto accanto a lui, gli ho stretto forte la mano ed è riuscito a ricambiare con fatica.

«Amir, ho fatto prima che potessi» gli ho detto a voce bassa.  «Come ti senti? Cosa posso fare per te? Ti ho portato un regalo, oggi è il tuo compleanno. Mi dispiace che tu non stia bene».

Con un filo di voce Amir mi risponde «Sono felice, Kamal»

Incredulo gli chiedo a cosa sia dovuta questa felicità e lui mi dice «Sono felice perché adesso sei qui accanto a me e io non ho più paura».

 

Amir quel giorno compiva sei anni. Nonostante fosse il suo compleanno e lui stesse fisicamente molto male, non ha pianto mai.

Ha solo sorriso, insegnandomi l’importanza di restare, di esserci; di come una presenza possa guarire la mente anche quando tutto il resto non funziona.  Di quanto non importi dove fisicamente siamo quando riusciamo ad essere grati alla vita anche quando niente, intorno, ti porterebbe a farlo.

 

Ma Kamal, allora dimmelo tu.

Dov’è che siamo noi, adesso?

 

Cara Laura, mi dice. La meta di ogni viaggio è andare.

E allora tu vai e non voltarti.

E se dovessi passare da Dakar, salutami Amir. E digli ancora che è lui il mio luogo nel mondo.

 

 

 

 

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L'autore
Laura  Perrone
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