"Senza valigia, sotto gli occhi della sera, quando la luna non viene. E' lungo il viaggio quando tremi di pensieri e non sei una persona. E quelle facce uguali, senza parlare. Come te, tali e quali, senza più una città."
Leggendo la traduzione di una meravigliosa canzone di Nino D' Angelo, potremmo tentare di entrare per un attimo nelle vite delle 700 persone annegate ieri nel nostro mare. Proviamoci. Non 700 morti, 700 persone morte. C' è una bella differenza. Ma una strage come questa arriva nelle case di Milano, Roma, Firenze come un semplice e mero dato statistico, e probabilmente così se ne andrà. Come se fosse un indice calato in borsa o un aumento dei veicoli in viaggio sulle autostrade questo weekend. Perchè la verità è che un attentato nella redazione di un giornale nel cuore dell' Europa fa gridare a tutti "Je suis Charlie" e scalda le nostre coscienze per settimane, ma 700 morti senza nome nel nostro mare non fanno parlare di sè neanche un decimo di quanto non abbia fatto l' attentato in Francia tre mesi fà. O peggio ancora, rimane una notizia presa in cura da pochi eletti, con quella cura che gli permette di usarla come ennesimo trampolino di lancio per la loro linea politica.
Ed allo stesso modo non si è prolungato il ricordo per i 147 studenti massacrati in Kenya perchè è successo nel cuore dell' Africa, in un mondo che per l' occidentale è sempre stato troppo distante, almeno fino al momento in cui il profumo di interessi non ha spinto i nostri eserciti a scendere fin laggiù e a rischiare di morirci, come accade a loro, giorno dopo giorno, uomo dopo uomo e donna dopo donna, bambino dopo bambino. Ma questo non ci tocca. O ancora peggio c' è l' odio e il rancore, che non si fermano mai, neanche di fronte alla morte. Non siamo mai stati capaci di amare il polo opposto del nostro paese, figurarsi chi non ne fa parte neanche politicamente. Odiamo e sputiamo in faccia a chi è diverso da noi e si prende il nostro lavoro, la nostra casa, il nostro posto sul pullman. Con quella visione tipicamente limitata e con l' egoismo che non ci fanno capire che le colpe di una politica internazionale sbagliata devono alimentare la nostra rabbia ma non verso gli immigrati.
Chissà quanti di noi si sono chiesti perchè una famiglia usa i risparmi di una vita per prendere un' imbarcazione dove hanno un' alta probabilità di trovare la morte e se non la trovano ci saranno l' odio e l' intolleranza ad accoglierli, a centinaia o migliaia di kilometri lontani da casa loro. Ma tentano lo stesso. Ci provano perchè una possibilità è meglio di nessuna possibilità. E la guerra, la fame e le persecuzioni sono un prezzo troppo alto da pagare per vivere, per un essere umano nel 2015. E nel 2015 abbiamo un' esperienza abbastanza articolata per poter dire che una strage lo è tanto a Parigi quanto in Kenya, è tale per degli occidentali come per degli africani. E se ricordiamo l' Olocausto nel giorno della memoria perchè non ci ricordiamo ogni giorno che ciò che sta succedendo in Africa e nel vicino Oriente non è da meno e che sta accadendo adesso? Piangiamo con dolore le vittime di un aereo di linea caduto nelle Alpi, ma quanto ci siamo soffermati a pensare che il diritto alla vita apparteneva anche alle 700 vittime nel Canal di Sicilia?
Probabilmente tra una settimana l' unica cosa che si ricorderà sarà il numero, 700. Ma contare i morti e prenderne atto non vuol dire entrare nelle loro vite. Non basta. Perchè il primo passo per aiutare una persona e un popolo è conoscerli. Se è questo che davvero vogliamo. I loro sguardi ci comunicheranno le speranze, i sogni, le paure di chi è salpato dalla propria terra senza certezze e senza nulla da perdere, "con una lacrima agli occhi che guardava lontano..".