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Politica
30 Aprile 2015
Travaglio e genesi dell'Italicum

La complessa storia dell’Italicum inizia con il Governo Renzi, anche se la discussione relativa all’approvazione di una nuova legge elettorale parte dalla pronuncia della Consulta che dichiara incostituzionale il Porcellum. Originariamente, i sistemi elettorali proposti dall’attuale esecutivo erano tre, ciascuno basato su un modello già esistente. Insomma le idee non erano molto chiare, anche perchè l’intenzione iniziale era quella di cercare una sponda con le opposizioni. Si aprono le danze, i 5 Stelle si chiamano subito fuori, l’unico interlocutore utile (in termini di seggi necessari per assicurare l’approvazione della futura legge elettorale) è Berlusconi.

 

Nasce quindi il tanto vituperato Patto del Nazareno, un accordo non scritto, ignoto tutt’oggi ai terzi. Certo è che tra le clausole c’è l’approvazione di una legge elettorale per superare l’impasse istituzionale che dura ormai da troppo. Si inizia così a lavorare ad un disegno di legge che metta d’accordo i due leader di partito, con l’allora fedelissimo del Cav Denis Verdini a mediare. Ma Renzi deve mediare anche con il suo Ministro degli Interni Angelino Alfano il quale, essendo leader di un partito nuovo e non molto radicato sul territorio, spinge per avere le candidature multiple. Fondamentalmente vuole che si permetta ai partiti di presentare lo stesso candidato in più collegi, onde evitare che i vertici di partito siano candidati per accidente esclusivamente in un collegio in cui  non si raggiunga il quoziente necessario per ottenere almeno un seggio. In tal caso, lo stesso Alfano rischierebbe di rimanere fuori dal Parlamento. Chiaramente anche Berlusconi ha le sue richieste: pretende che ci siano le liste bloccate e non le preferenze, è nettamente contrario ai collegi uninominali e al doppio turno. Nel giro di qualche incontro si raggiunge un accordo, e viene elaborato l’Italicum, nonostante l’iniziale veto di Berlusconi al doppio turno.

Il ddl sta per esser incardinato alla Camera, quando arriva la proposta di collaborazione del Movimento 5 Stelle. Renzi concede lo streaming, ma chiaramente non è utile, visto che di li a poco si sarebbe tenuta la prima delibera della Camera dei Deputati dopo le estenuanti trattative ed il delicato equilibrio raggiunto. Per altro la proposta presentata da Toninelli (M5S) è particolarmente arzigogolata, prevedendo addirittura un meccanismo che permette agli elettori di indicare il candidato che non vorrebbero in Parlamento al posto del candidato preferito. Meccanismo che Renzi simpaticamente definisce “nomination”, paragonandolo implicitamente ai televoti del pubblico da casa per i reality show. Nulla di fatto dunque.

Ma all’interno del PD, iniziano a farsi sentire i primi malumori delle numerose e frastagliate minoranze. Da più parti si inizia a criticare il ddl Italicum principalmente per la sua genesi, rea di aver coinvolto l’inviso nemico storico del PD, Silvio Berlusconi. Nel merito si chiedono le preferenze, l’abbattimento delle soglie di sbarramento (che sono all’8%) e l’aumento della percentuale di voti necessaria a conseguire il premio di maggioranza al primo turno (37%). Tuttavia la maggioranza alla Camera si dimostra solida grazie all’appoggio di Forza Italia. Il ddl Italicum passa.

Renzi però vuole serrare nuovamente i ranghi nel suo partito, inoltre si rende conto di avere il coltello dalla parte del manico. Per questo decide di modificare il ddl in corso d’opera, annunciando la presentazione di alcuni emendamenti voluti anche dalla minoranza interna del PD: l’attribuzione del premio di maggioranza non più alla coalizione ma alla singola lista; l’abbattimento delle soglie di sbarramento rispetto a quelle previste dal testo uscito dalla Camera (3%); le preferenze per tutti i candidati tranne che per i capolista bloccati; la percentuale di voti necessaria per raggiungere il premio di maggioranza al primo turno viene portata dal 37% al 40%. Berlusconi accetta contro ogni pronostico, nasce dunque l’Italicum 2.0

Tutto a posto dunque, almeno così sembra. La minoranza è stata accontentata. Nonostante ciò non si tacita. L’Italicum, qualunque cosa preveda, è macchiato dal peccato originale di essere stato elaborato con Berlusconi. Almeno questo è l’argomento che va per la maggiore. Sì, si chiedono anche i collegi uninominali (nonostante siano già state ottenute le preferenze), si chiede di alzare ancora la soglia necessaria ad ottenere il premio di maggioranza al primo turno. Addirittura qualcuno (Rosy Bindi), tra un anatema e l’altro lanciato a Renzi per aver stipulato un patto criminale con l’odiato nemico, si dice addirittura preoccupata per il futuro di Forza Italia che con l’attuale assetto non raggiungerebbe neppure il secondo turno, cosa essenziale per la democrazia. “In questo modo ci sarà solo il PD”, e questo è il timore della parlamentare del PD.

Renzi è però intenzionato a tirare dritto, e lo dice chiaramente. Per questo si incardina al Senato il testo uscito dalla Camera, e con gli emendamenti di cui sopra viene approvato con il voto decisivo di Forza Italia. Le minoranze dem invece non lo votano, proprio laddove sarebbe più necessario e cioè al Senato, camera in cui la maggioranza del PD è più risicata. Non rimane che un voto della Camera sugli emendamenti approvati in Senato perchè l’Italicum 2.0 diventi legge.

Ma in mezzo alle due delibere ci sono le dimissioni di Napolitano e la necessaria elezione del Presidente della Repubblica. E’ una brutta situazione, un eventuale stallo simile a quello precedente avrebbe potuto tenere le camere sotto scacco per lungo tempo. Il Presidente del Consiglio si decide a forzare la mano ed impone l’elezione di Sergio Mattarella che per un attimo ricompatta il PD. D’altro canto, questa forzatura scatena le ire di Berlusconi che rompe il Patto del Nazareno.

Perchè l’Italicum 2.0 diventi legge manca davvero poco, cioè una delibera della Camera dei deputati sugli emendamenti approvati in Senato. Renzi non può contare più su Forza Italia, che improvvisamente taccia di fascismo ed antidemocraticità lo stesso disegno di legge votato in Senato. Men che meno può contare sulle minoranze del PD, che ora contestano a Renzi di voler modificare da solo “le regole del gioco”. Ad un osservatore disinteressato potrebbe sembrare strano questo appunto, visto che l’Italicum 2.0 è il frutto di una mediazione con Forza Italia, Ncd e con le minoranze PD. Per altro fino a poco tempo addietro si contestava l’inclusione di Berlusconi nelle trattative, allora all’opposizione per tutto ciò che non riguardava “le riforme istituzionali”. Ma, Napoleone Bonaparte docet, “in politica l’assurdità non è un handicap”.

Anche alla Camera dunque la maggioranza non è più così solida, cosa che spinge Renzi a porre la questione di fiducia.

L'autore
Ruggero  Pupo
Ruggero Pupo

Sono uno studente di giurisprudenza, appassionato di politica e filosofia.

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